Donatella Capresi: “Non si trasformano il Campo e il Palazzo Pubblico in scenari per iniziative di modesto rilievo”

C’è modo e modo di valorizzare la nostra cultura e la nostra storia. Non serve un sindaco che la butti in sagra, al contrario, serve una progettualità di respiro internazionale

C’è modo e modo di valorizzare la nostra cultura e la nostra storia. Tutto può essere opinabile, ma un punto fermo serve: la storia bisogna saperla. Chi, ad esempio, si fa paladino della Siena ghibellina, quella antifiorentina di Montaperti, forse ignora che i nove spicchi del Campo e gli affreschi più importanti del palazzo Pubblico si riconducono al Governo dei Nove, che era guelfo e alleato di Firenze. Tant’è che la Maestà di Simone Martini reca, accanto alla Balzana e al Leone del Popolo di Siena, sul baldacchino dipinto, i gigli degli Angiò e dei re di Francia, che sostenevano il Papa nella lotta contro i filo-imperiali ghibellini. E dimostra qual era il valore di Siena: una potenza in grado di interagire con il resto del mondo, con una ricca economia e una produzione artistica di altissimo livello, che era all’avanguardia per la conoscenza della più moderna e sofisticata cultura internazionale (Francia, Inghilterra).

La storia di Siena è questa. Non una città di provincia chiusa dentro le mura, e nemmeno stabilmente schierata da una parte sola, perché gli equilibri di una potenza obbligavano di volta in volta a diverse alleanze. Siena era un polo dinamico, al centro delle vie di comunicazione, con una Università e famiglie importanti, protagoniste in campo religioso (con alcuni Papi) e in quello economico (Palazzo Chigi e la villa Borghese con la sua Galleria, a Roma, erano le residenze di famiglie senesi).

Questo è il vero passato da recuperare per rilanciare la nostra economia: così ricco e articolato, che merita rispetto e conoscenza. Bisogna assolutamente evitare una facile deriva, quella del folclore spacciato per verità storica. E non possiamo permetterci uno sguardo ideologico verso un passato che non dà prospettiva. Non dobbiamo fare una caricatura di noi stessi, e nemmeno chiuderci dentro falsità storiche, se non vogliamo essere un piccolo centro folcloristico che attira turisti di basso livello.

Non serve (anzi, sarebbe dannosissimo) un sindaco che la butti in sagra, che trasformi luoghi sacri come il Campo e il Palazzo Pubblico in scenari per iniziative di modesto rilievo. Al contrario, serve una progettualità di respiro internazionale. Solo in un confronto con il meglio del resto del mondo si esaltano i nostri valori, la nostra civiltà. Siena deve recuperare una sua funzione storica, e il giusto prestigio. Il percorso non è semplice: richiede cultura e competenza. Ma da qui la città deve ripartire.

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