Siena ancora scossa dall’inchiesta sui minorenni, la psicologa Bisi: "Smettiamo di parlare di ragazzi di buona famiglia"

La psicologa senese: “La violenza e il linguaggio dell’odio vengono normalizzati anche dagli adulti. Serve educazione affettiva e una nuova idea di famiglia”

Di Simona Sassetti | 23 Maggio 2026 alle 11:30

A distanza di alcuni giorni dall’inchiesta che ha coinvolto tredici minorenni senesi accusati, a vario titolo, di reati gravissimi legati all’apologia del fascismo e del nazismo, all’odio razziale, fino alla detenzione di materiale illecito, Siena continua a interrogarsi su quanto accaduto.

Un caso che ha scosso profondamente la città, anche perché – come evidenziato dagli stessi investigatori – i ragazzi coinvolti proverrebbero da contesti di media borghesia cittadina, frequentando la stessa scuola e vivendo in famiglie considerate “normali”. Un elemento che ha acceso un dibattito ancora più profondo sulle radici culturali e sociali di episodi di questo tipo.

A riflettere sul caso è la psicologa senese Selene Bisi. “Quello che mi chiedo – spiega – è cosa porti anche gli adulti a essere affascinati da certi modelli. Basta leggere i commenti comparsi sotto la notizia: invece di una condanna unanime, si leggono messaggi di violenza terribili”. Secondo Bisi, i ragazzi di oggi crescono immersi in un linguaggio aggressivo e nell’odio normalizzato, soprattutto attraverso i social network, ma non solo. “Sono sottoposti quotidianamente a messaggi di odio anche da parte degli adulti. E allora viene da chiedersi dove dovrebbero imparare qualcosa di diverso”.

La psicologa sottolinea poi il ruolo fondamentale della scuola e dell’educazione affettiva. “Quello che sarebbe indispensabile fare, a Siena come in tutte le scuole, è educazione sessuale e affettiva. Oggi molte persone non sanno più relazionarsi con l’altro, non sanno cosa significhi stare insieme, in amicizia o in una relazione”.

Per Bisi, dietro questi fenomeni ci sono paure profonde e una difficoltà crescente nel confronto con ciò che viene percepito come diverso. “L’altro diventa qualcosa di spaventoso e su queste paure si soffia continuamente”.

La riflessione si sposta poi proprio sull’immagine della “buona famiglia”, spesso evocata in casi di cronaca che coinvolgono giovani provenienti da contesti apparentemente stabili. “Forse bisogna smettere di dire ‘ragazzi di buona famiglia’, perché non significa assolutamente nulla. La cronaca ci insegna ogni giorno che non basta una buona condizione economica”. E ancora: “Bisogna dare una nuova definizione di buona famiglia. Forse una famiglia buona è quella in cui esistono relazioni basate sul rispetto, sull’empatia e sulla tolleranza”. Parole che arrivano mentre Siena continua a fare i conti con una vicenda che ha aperto interrogativi profondi non solo sul disagio giovanile, ma anche sul clima culturale e sociale che circonda le nuove generazioni.

Simona Sassetti

Nasce a Siena nel 1991, lavora a Siena Tv dal 2016. Ha scritto prima sul Corriere di Siena, poi su La Nazione. Va pazza per i cantanti indie, gli Alt-J, poi Guccini, Battiato, gli hamburger vegani, le verdure in pinzimonio. È allergica ai maschilismi casuali. Le diverte la politica e parlarne. Ama il volley. Nel 2004 ha vinto uno di quei premi giornalistici sezione giovani e nel 2011 ha deciso di diventarlo



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