Il Drappellone per il Palio dell’Assunta, realizzato dall’artista rumena Teodora Axente, continua a far discutere a Siena. Se il giudizio sulla composizione, sui colori o sull’equilibrio visivo rientra nel perimetro della critica d’arte, la polemica sui tratti della Vergine richiede un’analisi diversa. A fare chiarezza interviene Cristiano Leone, presidente della Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala, con un’articolata riflessione storica.
Alcune critiche sostengono che il volto dipinto da Axente difetti di caratteristiche quali dolcezza, mitezza e una femminilità “tradizionale”. Una tesi che, secondo Leone, necessita di un’immediata precisazione storica: “Tradizionali secondo quale canone?”
“Non esiste una sola fisiognomia storica della Vergine – sottolinea Leone -. Teodora Axente è nata a Sibiu, in Romania, e si è formata in un contesto attraversato dalla tradizione figurativa ortodossa; soprattutto, è lei stessa ad aver richiamato l’iconografia bizantina e la Maestà di Simone Martini tra le matrici del Drappellone. Guardato da questa prospettiva, il volto severo e frontale, apparentemente estraneo alla sentimentalizzazione naturalistica, acquista coordinate storico-visive ben precise”.
Il Presidente del Santa Maria della Scala non ignora le peculiarità della festa senese. Il Drappellone non è un dipinto destinato a una galleria d’arte, ma un simbolo consegnato a un popolo in cui la figura della Vergine intreccia la sfera religiosa con l’identità civica.
È dunque legittimo chiedersi se l’opera riesca a parlare ai senesi e a interpretare il legame unico della città con la Madonna dell’Assunta. Tuttavia, sottolinea Leone, la risposta della comunità non incide sulla legittimità storica del dipinto: un popolo può immedesimarsi o meno in un’opera senza trasformare le proprie abitudini visive in una norma universale.
Definire quel volto “troppo maschile”, “androgino” o persino “trans”, come letto in alcuni interventi, non costituisce, secondo il presidente del polo museale, un argomento storico-artistico valido. Queste etichette presuppongono infatti un modello fisiognomico mariano rigido e immutabile che, nei fatti, la storia dell’arte smentisce.
“C’è un paradosso: l’androginia attribuita alla Madonna di Axente viene percepita come una rottura contemporanea proprio mentre l’artista dichiara una genealogia che precede di secoli il naturalismo occidentale. La frontalità, la severità, persino la supposta mascolinità dei lineamenti e la distanza emotiva appartenenti all’immagine sacra risalgono a ben prima della dolcezza delle Madonne rinascimentali, che il nostro sguardo ha finito per assumere come paradigma universale”.
Il giudizio finale sull’opera resta libero: il Drappellone di Teodora Axente può essere ritenuto bello o sgradevole, intenso o inadatto al contesto del Palio. Ma quando il gusto personale non può pretendere di farsi regola storica.
“Quando il giudizio estetico pretende di trasformarsi in norma storica — conclude Cristiano Leone — le immagini raccontano una storia meno ordinata di quanto la polemica presupponga: mai, in duemila anni, un’unica Madonna. La storia dell’arte non ci consegna il volto tradizionale della Vergine. Ci consegna la prova che quel volto non è mai stato uno solo”.