È arrivato a Siena da turista. È stato accolto dalla Contrada dell’Oca, ha camminato per le vie della città e scoperto dall’interno i giorni che precedono il Palio. “Mi sto trovando benissimo. Diverse Contrade mi hanno accolto, nello specifico l’Oca. È straordinario vivere e respirare questi giorni”. Poi, nello studio di Buongiorno Palio, il tono cambia completamente.
Perché Gennaro Giudetti è un operatore umanitario che in quindici anni ha lavorato in alcuni dei luoghi più difficili del pianeta, dall’Afghanistan alla Siria, dal Congo allo Yemen. A Gaza ha trascorso nove mesi, lavorando prima per la FAO sul fronte alimentare e poi per l’OMS negli ospedali. E da quell’esperienza è nato il suo ultimo libro, Con i miei occhi. Quello che ho visto a Gaza. La prima frase con cui risponde alla domanda su ciò che ha visto basta a dare la misura del racconto. “Quello che voi avete visto su Gaza è solo una piccola parte. Gaza è molto peggio”.
“Gaza è too much. Tutte le altre guerre messe insieme non ci arrivano”
Giudetti non parla da osservatore esterno. Rivendica il valore della testimonianza diretta e spiega che proprio da qui è nata la necessità di scrivere.
“Ho sentito il bisogno di lasciare alle future generazioni la memoria di quello che ho visto”, racconta, definendosi «testimone oculare» di quanto accaduto nella Striscia. E richiama quel «mai più» consegnato dalla storia alle generazioni successive: “Era per tutti, non soltanto per noi”.
Eppure Giudetti di guerre ne aveva già viste molte. “In quindici anni ho girato diversi luoghi di conflitto, dalla Siria allo Yemen all’Afghanistan. Ma tutti i quattordici anni di esperienza precedente messi insieme non arrivavano a Gaza”. Poi la frase che ha scelto anche per descrivere nel libro ciò che ha vissuto: “Gaza è too much. Gaza è troppo”.
“Questo rimarrà nella storia come il genocidio dei bambini”
Alla domanda su quale volto continui a portarsi dentro, Giudetti non ne sceglie uno. Perché, spiega, sono troppi. E concentra il suo racconto soprattutto sui bambini, che costituiscono una parte enorme della popolazione della Striscia. “Chi ha pagato e continua a pagare il prezzo più alto sono i bambini”, afferma. Poi racconta ciò che ha visto negli ospedali: strutture travolte dal numero delle vittime, corpi che in alcuni casi non riescono più nemmeno ad avere un’identità. “Entrare negli ospedali e vedere che non c’è più posto, vedere bambini ai quali non si riesce nemmeno più a dare un nome perché vengono recuperati soltanto pezzi dei loro corpi, è devastante. Siamo andati oltre, alla disumanità”.
“Mi hanno bombardato casa. Sono scappato un’ora prima”
Ma a Gaza anche chi è lì per aiutare può trasformarsi in vittima. È uno dei passaggi più drammatici della testimonianza di Giudetti. “Normalmente noi operatori umanitari avevamo un ruolo, una protezione. Con Gaza è saltato tutto”, racconta. E poi parla di sé. “A me hanno bombardato casa. È arrivato un missile di notte e me l’ha distrutta. Ero scappato un’ora prima. Ho perso tutto”.
Alcuni suoi colleghi, racconta, non hanno avuto la stessa possibilità: “Altri sono rimasti in casa e sono morti”. Giudetti ricorda di operare sotto le insegne delle Nazioni Unite e sottolinea come proprio gli operatori internazionali siano normalmente soggetti a particolari forme di protezione. A Gaza, sostiene, quella certezza è venuta meno. Ed è qui che introduce una delle questioni che più lo preoccupano: quella della responsabilità. “Normalmente chi sbaglia paga. Qui no”, afferma, denunciando quella che considera una condizione di sostanziale impunità.
“Il diritto internazionale funziona soltanto se ci crediamo tutti”
Nonostante ciò che ha visto, Giudetti dice di non aver perso completamente la fiducia nel diritto internazionale. Ma chiama direttamente in causa l’Europa. “Se non lo facciamo noi come governi europei, chi deve ristabilire il diritto internazionale?”
La questione, per l’operatore umanitario, supera persino Gaza. Perché accettare che prevalga semplicemente “la legge del più forte” significa creare un precedente per qualsiasi altro conflitto. “Domani un altro Paese può invadere il proprio vicino e così ovunque. Il diritto internazionale funziona se tutti ci crediamo e se torniamo al tavolo della diplomazia. Altrimenti lasciamo la gestione del mondo all’anarchia più totale”.
“I diritti umani o sono di tutti o diventano privilegi”
C’è una parola che, dopo quindici anni trascorsi nelle emergenze umanitarie, Giudetti non vuole abbandonare: speranza.
“È quello che dicevano anche i palestinesi a Gaza”. E rifiuta una lettura da schieramenti contrapposti: “Non si tratta di essere pro o contro qualcuno, come se fossimo ultras. Si tratta di difendere i diritti umani”. Il punto, dice, è la loro universalità.
“Nel momento in cui non difendi più i diritti umani, che sono universali, diventano privilegi”. Poi torna alle persone incontrate nella Striscia: “Mi dicevano: ci hanno tolto tutto, la casa, la terra, la memoria, le famiglie, i figli. Ci è rimasta soltanto la speranza. Se ci tolgono anche quella, è finita veramente per tutti”.
“Non possiamo pensare che sia finito tutto solo perché non se ne parla”
Giudetti mette in guardia anche da un altro rischio: quello di confondere la diminuzione dell’attenzione mediatica con la fine dell’emergenza.
“La gente pensa che ormai sia finito tutto perché non se ne parla più”, aveva detto poco prima. Secondo il suo racconto, la quotidianità della popolazione resta invece drammatica e la ricostruzione è ancora lontana. Giudetti chiama nuovamente in causa l’Unione europea, sostenendo che abbia gli strumenti politici ed economici per esercitare pressioni e chiedendo un ruolo più forte della diplomazia europea.
“Le future generazioni ci chiederanno: voi cosa avete fatto?”
Perché allora scegliere di diventare operatore umanitario? La risposta riporta Giudetti all’inizio della propria storia. “Mi sono detto: non accetto le ingiustizie che ci sono nel mondo. Posso lamentarmi e rimanere in Italia oppure posso dare il mio contributo”. Poi quel lavoro è diventato “una missione”.
Ma oggi sente soprattutto una responsabilità nei confronti di chi verrà dopo. “Fra dieci, quindici o vent’anni le future generazioni ci chiederanno conto di quello che sta accadendo. Non possiamo più dire: non lo sapevamo”.
Secondo Giudetti, nell’epoca delle immagini diffuse in tempo reale e delle testimonianze continue non è più possibile rifugiarsi nell’ignoranza: “Le future generazioni ci chiederanno: che cosa avete fatto per bloccare o limitare quello che stava succedendo? Una risposta dovremo darla”.
Dagli scenari di guerra al Palio: “Qui sono stato accolto, è bellissimo”
Per qualche giorno, però, Giudetti ha deciso di fermarsi. E lo ha fatto proprio a Siena.
“Avevo bisogno di respirare”, racconta. E sorride ricordando chi gli aveva descritto i senesi come una comunità difficile da penetrare soprattutto nei giorni del Palio.
La sua esperienza è stata diversa: “Sono stato accolto. È bellissimo. Consiglio a tutti di vivere un’esperienza del genere, e non soltanto il giorno del Palio, ma tutti i preparativi”.
Dopo Siena tornerà però a raccontare. Da settembre riprenderanno gli incontri soprattutto nelle scuole e nelle università. “Dobbiamo continuare a sensibilizzare perché non possiamo voltarci dall’altra parte. Oggi sta accadendo a loro, domani può accadere a noi”.