Flotilla, la drammatica testimonianza del medico senese Coletta: “Un campo di concentramento, volevano distruggerci psicologicamente”

Provato ma tornato in città in buone condizioni generali, Coletta racconta ore di paura, umiliazioni e violenze psicologiche.

Di Simona Sassetti | 22 Maggio 2026 alle 19:47

“Ho avuto a che fare con subumani che non hanno nessun briciolo di umanità”. È una testimonianza durissima quella di Alfonso Coletta, il medico anestesista rianimatore senese rientrato nella notte a Siena dopo la missione della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza.

Coletta, provato ma tornato in città in condizioni generali buone, racconta le ore successive al blocco dell’imbarcazione da parte delle autorità israeliane, parlando di violenze psicologiche, umiliazioni e continui trasferimenti da una cella all’altra.

“Sono un medico anestesista rianimatore in pensione da 16 anni. Mi sono rimesso in gioco dopo tante altre esperienze in campo medico partecipando a questa missione”, racconta. “È stata un’esperienza molto forte, dove ho provato in diretta tutto quello che avevo sentito raccontare da casa”.

“Mi fanno ancora male i polsi”

Il medico senese spiega di non aver subito le violenze fisiche più gravi denunciate da altri attivisti, ma racconta comunque di essere stato sottoposto a una forte pressione fisica e mentale.

“Fortunatamente non ho subito violenze fisiche notevoli come altri compagni che sono tornati con fratture varie”, spiega, ricordando che “ci sono decine di partecipanti ricoverati a Istanbul”.

Poi il racconto entra nei dettagli della detenzione: “Mi fanno ancora male i polsi con le manette messe davanti e dietro. Ci spostavano continuamente tra celle carcerarie diverse, tutta una tecnica per cercare di farti perdere l’equilibrio mentale”.

Coletta insiste soprattutto sull’aspetto psicologico: “Ho subito sicuramente violenza psichica, che spesso è peggiore della violenza fisica. Appena scesi da quella che io considero una sorta di campo di concentramento sono iniziate le umiliazioni”, racconta.

Coletta parla di persone costrette a inginocchiarsi con la testa abbassata davanti a uomini incappucciati: “Ci hanno fatto stare tutti inginocchiati, con la testa bassa perché non dovevamo vedere loro, tutti col passamontagna”. Secondo il medico, il tempo trascorso in quella posizione sembrava interminabile: “Non potevamo nemmeno capire quanto tempo passasse perché ci avevano sequestrato tutto, anche l’orologio”.

“L’inno ripetuto fino alla nausea”

Tra gli elementi che più hanno segnato Coletta c’è anche il clima psicologico creato durante la detenzione. “In sottofondo c’era continuamente una musica che poi ho capito essere probabilmente l’inno nazionale israeliano, ripetuto fino alla nausea”, racconta. Il medico senese ricorda anche urla continue e intimidazioni: “Si sentivano strilli dappertutto. Durante il training ci avevano preparato anche a questo tipo di situazione, perché era già successo ad altri”.

“Sadismo puro”

Coletta parla apertamente di umiliazioni e atteggiamenti sadici durante la detenzione.

“Quando iniziavo a lamentarmi per il dolore ai polsi, loro stringevano ancora di più le manette”, racconta. “A un certo punto mi sono quasi messo a piangere. Era un divertimento sadico”.

Il medico senese sottolinea come non vi fosse alcuna differenza di trattamento tra giovani, anziani o donne: “Non avevano riguardo per nessuno”.

“Quello che vivono i palestinesi è infinitamente peggio”

Nel suo racconto, Coletta torna più volte sulla situazione dei detenuti palestinesi incontrati o di cui ha sentito parlare durante la permanenza nelle strutture carcerarie.

“Bisogna sottolineare che quello che noi abbiamo vissuto non è assolutamente niente rispetto a quello che subiscono i detenuti palestinesi”, afferma.

Il medico parla di racconti di isolamento lunghissimo e violenze: “Ci sono detenuti che non vedono le famiglie da anni. Ci hanno raccontato di persone incarcerate da quattro anni senza poter vedere la moglie”.

“Nemmeno le medicine per la pressione”

Da medico, Coletta racconta con amarezza anche l’esperienza avuta con il personale sanitario del carcere. “Sono stato visitato da un medico che parlava italiano perché aveva studiato in Italia”, spiega. “Mi aveva promesso che mi avrebbe procurato le medicine per la pressione che assumo quotidianamente, ma non mi è mai arrivato nulla”. E conclude con una riflessione molto dura: “Io in un carcere del genere non lavorerei nemmeno per un milione di dollari al mese”.

Dopo il rilascio e il rientro in Italia, Alfonso Coletta è tornato nella sua Siena nella notte. Un ritorno accolto con sollievo da familiari, amici e da quanti in queste ore avevano seguito con apprensione la vicenda del medico senese impegnato nella missione umanitaria verso Gaza.

Simona Sassetti

Nasce a Siena nel 1991, lavora a Siena Tv dal 2016. Ha scritto prima sul Corriere di Siena, poi su La Nazione. Va pazza per i cantanti indie, gli Alt-J, poi Guccini, Battiato, gli hamburger vegani, le verdure in pinzimonio. È allergica ai maschilismi casuali. Le diverte la politica e parlarne. Ama il volley. Nel 2004 ha vinto uno di quei premi giornalistici sezione giovani e nel 2011 ha deciso di diventarlo



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