Morte David Rossi, la moglie e la figlia dopo le parole di Vinci: "Sgomento per i nomi emersi. Esigiamo verità e rigoroso vaglio giudiziario di ogni pista"

Antonella Tognazzi e Carolina Orlandi, attraverso l'avvocato Carmelo Miceli, chiedono che le risultanze della Commissione siano sottoposte al vaglio della magistratura

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“La famiglia non si accontenta di verità proclamate attraverso i media”. È questa la posizione di Antonella Tognazzi e Carolina Orlandi, rispettivamente moglie e figlia di David Rossi, dopo le dichiarazioni del presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Gianluca Vinci sui presunti coinvolti nella vicenda che ha portato alla morte dell’ex responsabile della comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena.

In una nota diffusa dall’avvocato Carmelo Miceli, del Foro di Palermo, legale della vedova e della figlia di David Rossi, la famiglia ribadisce il proprio apprezzamento per il lavoro della Commissione parlamentare, ma esprime sgomento per le notizie emerse nelle ultime ore.

“Le signore Antonella Tognazzi e Carolina Orlandi, rispettivamente moglie e figlia del dott. David Rossi, ribadiscono il proprio apprezzamento per le attività della Commissione parlamentare d’inchiesta che hanno dimostrato scientificamente come la morte del dott. Rossi sia avvenuta in conseguenza di un omicidio – si legge dalla nota-, confermando quanto la famiglia e i suoi consulenti sostengono da anni”.

Al riconoscimento per il lavoro svolto dalla Commissione si accompagna però una richiesta precisa: che sia la magistratura a verificare l’attendibilità delle testimonianze e le eventuali responsabilità: “Al contempo, esprimono il proprio sgomento per le notizie recentemente diffuse in merito alla presunta individuazione dei mandanti e degli esecutori della vicenda. Apprendere tali indicazioni, pur nel contesto di una dolorosa e comprensibile reazione umana e familiare, impone oggi più che mai la massima fermezza istituzionale”.

La posizione della famiglia è chiara: “La valutazione sull’attendibilità o meno delle testimonianze e dei nomi emersi non spetta alle cronache, ma deve essere rimessa unicamente alla magistratura”.

“La gravità di quanto riferito dall’on. Gianluca Vinci, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta, impone un rigoroso vaglio dell’Autorità giudiziaria, per troppo tempo unica vera assente di questa drammatica vicenda”.

Tognazzi e Orlandi chiedono quindi che le risultanze della Commissione siano esaminate da una Procura della Repubblica, nel rispetto del contraddittorio e dei diritti di tutte le parti coinvolte.

Nella nota viene inoltre precisato che la famiglia non esclude alcuna ipotesi investigativa, compresa quella di una pista interna, ma mette in guardia dal rischio di attribuire responsabilità attraverso il dibattito mediatico, prima di un accertamento giudiziario.

“Non si può in alcun modo accettare il rischio di una condanna sommaria e mediatica, così come va fermamente respinta l’idea che l’eventuale inattendibilità di singoli elementi o testimoni possa inficiare o compromettere l’enorme mole di lavoro e di risultanze oggettive accumulate in questi anni”.

Per la famiglia Rossi, dunque, gli ultimi elementi riferiti dalla Commissione devono essere approfonditi senza circoscrivere le indagini ai soli nomi emersi. La richiesta è quella di esaminare ogni possibile pista e movente, tenendo conto dell’intero quadro delle risultanze raccolte nel corso degli anni.

“L’Autorità giudiziaria, muovendo dagli accertamenti che hanno acclarato trattarsi di omicidio, non deve quindi limitarsi agli approfondimenti delle sole indicazioni pervenute dalla Commissione, ma ha il dovere di esplorare a 360 gradi ogni possibile pista e movente, integrando i nuovi elementi nel quadro complessivo già emerso”.

La famiglia torna così a chiedere che la ricerca della verità trovi una risposta nelle aule di giustizia, attraverso un processo che consenta di accertare le responsabilità nel rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione.

“La famiglia non si accontenta di verità proclamate attraverso i media. Pretende un processo giusto, secondo i principi sanciti dall’art. 111 della Costituzione, nel quale esercitare pienamente le proprie prerogative di persone offese, affinché sia solo un’aula giudiziaria a individuare e condannare i veri responsabili dell’omicidio”.

Simona Sassetti

Nasce a Siena nel 1991, lavora a Siena Tv dal 2016. Ha scritto prima sul Corriere di Siena, poi su La Nazione. Va pazza per i cantanti indie, gli Alt-J, poi Guccini, Battiato, gli hamburger vegani, le verdure in pinzimonio. È allergica ai maschilismi casuali. Le diverte la politica e parlarne. Ama il volley. Nel 2004 ha vinto uno di quei premi giornalistici sezione giovani e nel 2011 ha deciso di diventarlo



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