Uno stato di “marcata allerta, timore, paura, minaccia”, la convinzione di essere seguito e la preoccupazione per la propria situazione professionale e reputazionale. Ma nessuna patologia mentale o compromissione del funzionamento psichico e nessun elemento, secondo i consulenti, idoneo a sostenere una determinazione suicidaria strutturata e pianificata. È il quadro emerso dall’audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi dello psicologo forense Edoardo Genovese e del medico Robbi Manghi.
Genovese: “Si esclude la presenza di patologie mentali”
Genovese si è soffermato sulle condizioni psichiche, emotive e relazionali di Rossi nei giorni e nelle ore che precedettero la morte del 6 marzo 2013. “Si esclude in modo oggettivo e inequivocabile la presenza di patologie mentali o quadri depressivi maggiori, non abbiamo trovato nessuna traccia anamnestica circa disturbi psichiatrici”, ha affermato lo psicologo forense. “Il dottor David Rossi, è un dato certo, non ha mai avuto alcuna compromissione circa il suo funzionamento psichico”, ha aggiunto.
Secondo Genovese, non sarebbero emersi neppure altri indicatori relativi alla vita professionale, sociale e affettiva di Rossi. “Nessun elemento è emerso circa possibili fattori di ritiro sociale, di scarso rendimento in ambito professionale, di mancanza di progetti a breve, medio e lungo termine, e soprattutto non è emerso alcun elemento di distacco relazionale e affettivo con le persone a lui più care”.
“Pensava di essere seguito”
Il consulente ha tuttavia descritto una situazione di forte tensione emotiva nei giorni precedenti alla morte. “Da un punto di vista psichico, emotivo, relazionale, funzionale, professionale e sociale”, Rossi “evidenziava uno stato di marcata allerta, timore, paura, minaccia”, ha spiegato Genovese. Rossi, secondo la ricostruzione illustrata dal consulente, “pensava di essere seguito” e manifestava “preoccupazione per la propria sfera di vita professionale e anche reputazionale”.
Un quadro che, nella valutazione di Genovese, non sarebbe però sufficiente a sostenere l’esistenza di una decisione suicidaria pianificata. “Non abbiamo nessun elemento importante di interesse psicopatologico”, ha affermato, né elementi comportamentali “idonei a giustificare una determinazione strutturata, pianificata e organizzata di tipo autosoppressivo”.
“Un punto di discontinuità emotiva e comportamentale”
Come interpretare allora la condizione vissuta da Rossi nelle settimane precedenti alla morte? Genovese individua un momento preciso. “Non abbiamo rilevato alcuna compromissione del suo funzionamento psichico; se escludiamo un disturbo psichiatrico come fattore di rischio o di allarme, come si inquadra il vissuto di Rossi nei giorni prima della tragica morte?”, ha detto.
“C’è stato un punto di discontinuità emotiva e comportamentale collegato alla perquisizione subita il 19 febbraio e alle vicende Mps”, ha spiegato Genovese. È in questo contesto che il consulente colloca alcuni degli elementi centrali dell’inchiesta: “In questo contesto di sollecitazione emotiva si collocano le note condotte autolesive superficiali, i taglietti sui polsi per capirsi, ma anche la nota mail del 4 marzo 2013 recante ad oggetto ‘help’ e dal contenuto ‘stasera mi suicido’ e poi i famosi bigliettini rinvenuti nel suo ufficio”.
I fazzolettini e i tagli sulle braccia
L’audizione ha affrontato anche la questione delle tracce presumibilmente ematiche presenti sui fazzolettini rinvenuti nel cestino dell’ufficio e la loro possibile relazione con i tagli sulle braccia di Rossi riferiti da Carolina Orlandi. “Abbiamo cercato di capire la compatibilità delle tracce verosimilmente di natura ematica rinvenute sui fazzolettini di sangue con i taglietti rinvenuti da Orlandi”, ha spiegato Genovese, facendo riferimento ai giorni immediatamente precedenti alla morte.
Manghi: “Per 12 anni un suicidio, su che cosa?”
È stato quindi Robbi Manghi a intervenire sugli aspetti medico-forensi, mettendo in discussione gli elementi sui quali, a suo giudizio, sarebbe stata sostenuta negli anni l’ipotesi suicidaria.
“In assenza di ogni probatorio sufficiente è stato computato per 12 anni un suicidio, su che cosa?”, ha affermato Manghi davanti alla Commissione. Secondo il medico, nell’analisi di un possibile suicidio non può essere considerato esclusivamente l’evento terminale, ma deve essere esaminato anche ciò che lo precede.
“Il postulato di un suicidio, sì, l’azione terminale è fisica, un taglio evidente, uno sparo, tutto quello che volete, ma la parte più importante è l’antecedente”, ha dichiarato. Manghi ha richiamato quella che in ambito sanitario viene definita “anamnesi patologica prossima, remota”, aggiungendo: “Gli inquirenti la chiamano istruttoria”. Poi il passaggio più netto: “Quindi noi sul nulla abbiamo avuto la creazione di tutto questo sistema”.
Manghi: “Autolesionismo e suicidio sono due situazioni totalmente opposte”
Manghi si è soffermato anche sulla distinzione tra autolesione, autolesionismo e condotta suicidaria. “Sarebbe anche stato bene che qualcuno, oltre a precisare gli esiti da dove fossero venuti, avesse anche spiegato la differenza tra uno che si autolede e l’autolesionismo”, ha affermato. “L’autolesionismo non ha niente a che vedere col suicidio perché sono due situazioni totalmente opposte”, ha sostenuto il medico.