Hantavirus, Montomoli: “Nessun parallelismo con il Covid. Prudenza sì, allarmismo no"

Trasmissione solo in presenza di sintomi, incubazione lunga fino a 42 giorni e contatti stretti monitorati: per il Ministero della Salute il rischio in Italia resta basso.

Di Redazione | 12 Maggio 2026 alle 12:30

Emanuele Montomoli, professore ordinario di Igiene e Sanità pubblica all’Università di Siena, fa il punto sull’Hantavirus dopo i casi emersi su una nave da crociera e le conseguenti misure precauzionali. Con lui abbiamo ricostruito i fatti, confrontato lo scenario con il Covid, ragionato su informazione e allarmismi.

Cosa è successo e perché la quarantena

Il quadro iniziale è chiaro: alcuni casi si sono verificati in un ambiente chiuso e affollato come una nave da crociera. I contatti stretti sono stati messi in osservazione, secondo i protocolli.

“Ci sono stati alcuni casi in un contesto di vicinanza prolungata. Le persone a contatto con i positivi sono state precauzionalmente messe in quarantena per verificare che non sviluppino sintomi”.

Elemento decisivo per valutare il rischio: la trasmissione, ad oggi, avverrebbe soltanto durante la fase sintomatica.

“Questo virus ha dimostrato di trasmettersi solo durante i sintomi, non nel periodo di incubazione. È un fattore che ci tranquillizza, fermo restando il monitoraggio dei contatti”.

Nessun parallelismo con il Covid

Montomoli esclude paragoni con la pandemia del 2020: diversa la dinamica del contagio e la facilità di diffusione.

“Nessun paragone. Il Covid era altamente trasmissibile, anche da asintomatici e in incubazione. Qui il passaggio da uomo a uomo non è facile: serve contatto molto ravvicinato e prolungato. Il contagio appare più complicato”.

Il messaggio alla popolazione è chiaro: attenzione sì, allarme no.

“Non c’è motivo di preoccuparsi. Va solo tenuto sotto osservazione chi è stato a contatto con i malati, per un periodo adeguato”.

Incubazione lunga: perché sei settimane

L’aggiornamento ufficiale parla di quarantena di sei settimane e rischio basso. La ragione sta nella durata dell’incubazione.

“L’incubazione può arrivare a 42 giorni. È per questo che due italiani sono in isolamento: è una misura di tutela. Rilasciarli prima, se uno fosse infetto, potrebbe innescare casi secondari e rendere la gestione più complessa”.

Allarmismi, “tuttologi” e incertezza scientifica

Tra chi teme uno scenario fuori controllo e chi parla di complotti, Montomoli invita al realismo: si lavora con i dati, sapendo che i microrganismi possono mutare e le condizioni cambiare.

“Vi dico ciò che sappiamo oggi. Fare previsioni esatte è difficile anche per virus noti come l’influenza, figuriamoci per questo. Capisco chi è segnato dall’esperienza Covid: furono prese misure necessarie, con anche errori in buona fede. Ma qui lo scenario è diverso”.

Sulla disinformazione, la linea è ferma ma dialogante.

“Trovo inappropriato l’atteggiamento di alcuni complottisti. Rispetto le opinioni, ma io mi attengo alle evidenze”.

Cosa abbiamo imparato dal Covid

Una lezione resta: oggi diagnostichiamo di più e meglio. Significa intercettare più spesso virus e batteri, senza che questo implichi automaticamente nuove pandemie.

“Sentiremo parlare ancora di virus o batteri, perché la diagnostica è più precisa. Non è detto però che si creino pandemie o grandi focolai. L’auspicio è che resti tutto circoscritto a pochi casi, come sembra ora”.



Articoli correlati